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In genere non siamo molto soliti a pubblicare testi di ministri, politici o burocrati. 

Non amiamo la retorica, l’autocelebrazione e l’aria fritta.

Questo testo -pubblicato su Il Messaggero del 27 dicembre-  però ce l’ha segnalato il nostro Giovanni Arcuri, qualche settimana fa, dicendoci che era un testo.. particolare.. che meritava di essere letto e pubblicato.

L’ho letto e mi trovo a dargli ragione.

Qualunque giudizio si voglia dare sulla Severino e sul suo anno da Ministro della Giustizia, questo è un bel pezzo e credo che sia scritto con spirito sincero.

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Il Messaggero, 27 dicembre 2012

Il privilegio di essere ministro si è concretizzato per me quest’anno nella possibilità di avere due incontri, nei giorni di Natale, con gli agenti di Polizia penitenziaria e con le detenute e i detenuti di Regina Coeli e Rebibbia. Un privilegio, si chiederà qualcuno, pranzare in carcere in questi giorni di festa? Un privilegio, vi risponderà chiunque abbia esperienza di carcere e della grande umanità che vi si respira. Una umanità che si manifesta nel calore e nell’impegno con cui un detenuto condannato per avere ucciso la moglie gravemente ammalata, ponendo così fine alle sue sofferenze, si occupa di scrivere memorie e istanze in difesa di poveri disgraziati che non possono permettersi neppure un avvocato per chiedere provvedimenti cui in tanti casi avrebbero diritto.

L’umanità di un detenuto marocchino consumato dalla sofferenza, che chiede solo di essere trasferito nelle carceri del suo Paese per stare vicino alla sua famiglia, dando così ragione del perché si deve continuare a stringere accordi di cooperazione per il trasferimento di detenuti con le nazioni africane che si affacciano sul Mediterraneo.

L’umanità di donne rinchiuse in reparti di massima sicurezza per essere mogli di noti mafiosi e camorristi, che cuciono bellissime coperte patchwork e preparano gli struffoli più buoni che abbia mai assaggiato pensando ai loro familiari a casa e chiedendosi se sarà loro mai concesso un permesso premio o una detenzione domiciliare.

L’umanità straziante di una donna che stringe tra le braccia il suo piccolo di due mesi e mezzo e che ti racconta, piangendo all’improvviso, di aver ucciso con un colpo di pietra l’uomo che era entrato nella sua roulotte compiendo atti osceni innanzi ai suoi sei figli. È a quel punto che a tutte si inumidiscono gli occhi pensando al Natale dei loro figli a casa e ai tanti Natali che dovranno trascorrere senza la loro mamma, affidati a volte ad estranei.

Certo, si tratta di persone che hanno commesso delitti a volte gravi, ma che hanno bisogno del supporto di un avvocato, dell’attenzione di un giudice, delle parole di un direttore o di un agente del carcere per sentire che il proprio caso e la propria posizione giuridica sono seguiti con senso di vera giustizia. E quando, alla fine degli incontri, ti salutano con un applauso e dicendoti grazie, ti chiedi che cosa tu abbia fatto per loro, per meritare quella loro gratitudine.

Sempre troppo poco, è la risposta, visto che, nonostante le riforme fatte, e gli sviluppi del piano carceri, ancora molto rimane da fare sulle misure alternative alla detenzione e sul finanziamento del lavoro in carcere. Due interventi che finalmente vedrebbero il carcere come extrema ratio e che consentirebbero un vero reinserimento sociale con bassissima recidiva, ma che sono naufragati per irragionevoli contrapposizioni politiche e per logiche di spartizione di fondi che nulla hanno a che vedere con una equa distribuzione di pubbliche risorse.

La condivisione poi della mensa con gli agenti di polizia penitenziaria, vivendo con loro il tempo che altri dedicano alla preparazione del cenone di Natale o agli ultimi acquisti di regali natalizi, ti aiuta a comprendere la grande professionalità e la grande dedizione del loro impegno.

C’è chi tutti gli anni copre il turno della vigilia, per assistere con i detenuti alla messa di mezzanotte; chi si fa assegnare il turno del giorno di Natale per esser presente al rito dell’apertura dei doni sotto l’albero da parte dei bimbi delle madri detenute; chi, più semplicemente, svolge il proprio dovere con serietà e con competenza, anche nei giorni in cui il carcere è più duro sia per i detenuti sia per chi li custodisce; chi ti racconta di aver desiderato fin da bambino di entrare tra gli agenti di polizia penitenziaria, ricordandosi l’immagine di una nonna, vecchia vigilatrice in un istituto carcerario, che tornava tutte le sere a casa esibendo con orgoglio la propria divisa.

Un mondo di eroi silenziosi, ai quali affidiamo il difficile compito di custodire uomini sofferenti e di garantire la nostra sicurezza. Il loro dignitoso silenzio, come quello di chi non può far sentire la propria voce dal fondo di una cella, non devono però permetterci di dimenticare che i problemi del carcere e del sovraffollamento attengono alla dignità dell’uomo e potranno veramente essere affrontati e risolti solo attraverso una condivisa consapevolezza.