Non posso mai finire di abituarmi alla vergogna. Alla vergogna per storie come queste. Al rullo compressone che, come un meccanismo automatico, va avanti inesorabilmente, devastando esistenze senza ritegno. Il rullo compressore che guarda ai grandi numeri, e che mette in conto che alcuni siano “sacrificabili”. Il cancro burocratico di sistemi (modalità diffuse ben oltre il mondo del carcere… ) di responsabilità stratificate e vicendevolamente incastrate e sfuggenti, come un dannato rompicapo cinese. Dove si sceglie di seguire la corrente, e di trincerarsi nella astratta ripetizione delle prassi, lavandosene sempre le mani… Le persone diventano scartoffie scaricate qua e là. Non si scende mai nel merito, passano gli anni in ricorsi senza fine, si risponde con prestampati, si evitano le patate bollenti.

Ci sono persone, esseri umani, che cercano disperatamente di potere avere lembi di dignità. Vogliono solo la salvaguardia di elementi basilari per ogni esistenza umana. Persone che accettano il carcere, ma non possono accettare che la loro vita venga accanitamente distrutta, e che la loro famiglia venga sottoposta a prove crudeli e inaccettabili. Persone come Giuseppe Martena, detenuto a Bologna, e che ci ha scritto in questi giorni (tempo addietro avevamo pubblicato una lettera di amore dedicata a lui dalla moglie Paola Valentino in occasione del suo compleanno.. vai al link http://urladalsilenzio.wordpress.com/2010/10/12/auguri-di-buon-compleanno-giuseppe-martena-da-parte-di-tua-moglie/).

Giuseppe sono 7 anni che non ha pace. Anni in cui a nessuno è fregato niente di provare a venire incontro alle sue esigeenze vitali. Anche solo a capirle. Anni che è costretto a non vedere quasi mai i cinque figli. Anni che cerca un qualche avvicinamento alla famiglia, anche perchè la famiglia non può permettersi viaggi così lunghi e costosi. Anni che vorrebbe poter usufruire di una qualche opportunità di lavoro carcerario, ma non gliene viene offerta nessuna. Anni in cui tutte le sue rischieste e quelle della moglie vengono respinte dal D.A.P. e da altri soggetti istituzionali a cui ci si è rivolti.

Ma sempre la risposta è stata indifferenza e chiusura.

Adesso ha un altro peso sull’anima. La moglie, comprensibilmente, non ce la fa più a reggere questa situazione. Sono anni di prove estreme per lei.

Aggiungo… il non piccolo dettaglio.. che non sta trovando neanche la possibilità di curarsi decentemente, per l’ernia che gli è stata riscontrata (e da poco gliene è stata trovata un’altra).

Ma nulla… burocrazia lenta e ottusa… risposte pigre e di carattere negativo. Nessuno che prova ad andare oltre, a capire e a intervenire.

Perchè ci sono detenuti sacrificabili.. perchè ci sono persone sacrificabili. Perchè in altri casi non è stata tollerata alcuna mancanza. Perchè ci sono protetti e protettori. Perchè ci sono canali privilegiati per chi è tutelato. Totò Cuffaro, dopo pochissimo che è entrato in carcere, ha ottenuto la cella singola e il lavoro nella biblioteca del carcere. E a me va bene.. perchè io voglio opportunità per i detenuti, anche per i detenuti dal nome Totò Cuffaro.

Ma per Giuseppe Martena chi si scomoda? Chi ci pensa? Chi lo ascolta? Chi è così sollecito?

E’ una realtà nei fatti castale la nostra.. che finchè non vede scoppiare il bubbone, lascia tranquillamente trascinarsi le grane… ed è lo sdegno generale, dopo che le cose sono rese pubbliche, che spinge ad agire.

Noi chiediamo che Giuseppe Martena venga trattato come un essere umano. Chiediamo che possa avere la possibilità di stare più vicino alla moglie e ai figli. Chiediamo che non venga devastata una famiglia. Chiediamo rispetto e protezione per la moglie e i figli. Chiediamo pure che la sua salute sia tutelata, anche se non è potente, ricco o ammanicato con nessuno.

Quel poco che potremo fare, lo faremo.

E chiediamo il sostegno di tutti coloro che possono agire. Preparemo delle inziative, come è già avvenuto in altri casi.

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BOLOGNA   03/03/2011

Caro Alfredo Cosco,

chi ti scrive questa missiva è Martena Giuseppe, il marito di Paola Valentino, che tu hai avuto modo di conoscere virtualemente.

Ti ha scritto una lettera, che hai pubblicato sul vostro sito il 26/02/2011, in cui esprime tutta la sua rabbia e indignazione per il trattamento crudele e disumano che stiamo subendo.

Come ben sai, sono in carcere da ben 9 anni e 6 mesi, e quello che sto vivendo in un anno e mezzo a questa parte è una vera tortura!

Sono condannato in via definitiva, ma ho un altro procedimento a piede libero che mi vede costretto a recarmi, ogni mese, a Taranto, per poi recarmi a Lecce nel tribunale. Purtroppo, giocando a pallone nel campo, tre anni fa, con un fosso mi è uscita un’ernia discale nella zona 44  45 che mi tormenta la vita. Non posso più vivere una vita “normale”, e da come ho potuto capire dagli ultimi esami effettuati a Taranto, mi è nata un’altra ernia nella zona S1.

Oggi, con questi continui spostamenti, non posso curare la mia salute, perchè tutti gli esami prenotati nella casa circondariale di Taranto vengono disattesi dal mio trasferimento, e la stessa cosa succede a Bologna, per cui vivo una situazione davvero drammatica.

Oltre tutto ho la mia compagna che sta crollando per via di tutta questa sofferenza.. non sappiamo più a che santo aggrapparci, ci stanno distruggendo, sia fisicamente che mentalmente.

Oggi ho potuto sentire mia moglie al telefono, ed era distrutta dall’ennesima delusione, perchè il D.A.P. non ci concede il trasferimento a Taranto, perchè la D.D.A di Leccce non  lo permette, in quanto condannato per concorso in omicidio, con l’aggravante dell’art. 7.

Sono davvero disperato, non posso e non voglio vedere mia moglie in quello stato. Ho fatto presente questa situazione al comandante del carcere di Bologna, avevo intrapreso pure lo sciopero della fame, che poi ho sospeso perchè mi era stato promesso che veniva contattato il D.A.P., per vedere cosa si potesse fare, ma nulla!

Io e mia moglie siamo soli.. abbiamo anche 5 figli che io non posso vedere, perchè detenuto a 850 km di  lontananza da casa, e questa situazione mi sta facendo davvero impazzire. Non chiedo chissà che cosa, ma solo di potere stare vicino alla mia famiglia. Sono già 7 anni che sono lontano, e oggi non reggo più questa situazione, con la conseguenza che sono rinchiuso in una casa circondariale dove non esistono progetti didattici né di lavoro per potere in qualche modo aiutare economicamente mia moglie!

Io spero con tutto il cuore che voi possiate fare qualcosa per aiutarci, al fine di potere finire di espiare questa pena in un odo più sereno. Se non è possibile essere trasferito a Taranto, almeno che mi trasferiscano a Roma Rebibbia, dove potrei lavorare e comunque avvicinarmi di 350 km alla mia famiglia. Magari se devo fare qualche istanza, lo puoi comunicare a mia moglie Paola Valentino e lei me lo farà sapere.

Ti ringrazio per la cortese attenzione e mi scuso per il disturbo. Mi  è gradita l’occasione per inviarti i miei saluti.

P.S.: alla presente ti allego l’istanza inviata al D.A.P. il 30 agosto 2010.

Giuseppe Martena