Pope Francis' General Audience

Nel suo recente viaggio in Calabria, il Papa, nella sua omelia a Cassano Jonico, ha lanciato l’anatema contro tutti i mafiosi (ricomprendendo gli appartenenti alla mafia siciliana, alla ndrangheta, alla camorra), scomunicandoli.

Certamente un gesto forte e senza precedenti, che è espressione di una ribellione morale contro tante ingiustizie.

Un gesto che, però, ha fatto sentire, tanti detenuti che provengono dalla file della criminalità organizzata, ancora più abbandonati e rejetti. Uno di questi è Nino Mandalà che ha voluto inviare una lettera al Papa. Io credo che tanti detenuti abbiano interpretato le parole del Papa come una “espulsione definitiva” dalla Chiesa di chiunque sia stato, nel suo percorso di vita, mafioso. Io credo che il Papa abbia voluto scomunicare chi agisce attualmente con pratiche mafiose. Ma che la sua scomunica non vada intesa per chiunque sia in carcere per reati di mafia, specie se lontano ormai da quel mondo. Comunque questa è la percezione che si è creata.

Io credo che il Papa, in un successivo intervento, dovrebbe fare capire che  quella scomunica, non esclude la comprensione e il perdono per chi è in carcere, specie da tanti anni, ed è lontano ormai dai circuiti della violenza. Una lettera in cui faccia capire che, nonostante gli errori che uno possa avere fatto nella sua vita, c’è sempre, verso di lui, accoglienza e amore.

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Santità

i mafiosi sono stati scomunicati e in conseguenza di questa damnatio non avranno accesso alle funzioni religiose né potranno accostarsi all’eucarestia.

La Santità Vostra, con una furia accecata dall’ira, ha inserito contesti differenti ad una medesima terribile categoria del male e ha posto fuori del gregge della Chiesa i mafiosi, allo stesso modo in cui lo Stato italiano li ha dichiarati cittadini indegni e qualche politico, in cerca di una forte visibilità, ne auspica la morte in carcere in virtù del loro status, anche se hanno già scontato  la pena per i reati che hanno commesso. Un’alta istituzione religiosa si è mischiata con le crudeli necessità della giustizia terrena alla stregua di un qualsiasi stato laico.

Mi ricordo di quando studiavo il catechismo e mi imbattei con emozione nelle sette opere di misericordia. Fra esse: visitare i carcerati. Sono opere che si fondano sull’amore che Von Balthasar definiva “accordo incondizionato con la volontà di Dio”, e mi riesce difficile pensare che la volontà di Dio sia contenuta in un anatema che si priva dell’amore e lo sostituisce con una intransigenza  senza misericordia, con la chiusura al perdono nei confronti di uomini che hanno sbagliato, ma che con la scomunica sono relegati definitivamente fuori dal recinto della redenzione.

I sacerdoti, i missionari, i diaconi che operano dentro le carceri, cosa diranno ai detenuti condannati per mafia?

A scanso di mortificanti discriminazioni io, per esempio, domenica non sono andato a messa. Mi sono detto: vuoi vedere che il sacerdote mi nega la comunione?

E non sono il solo. Sono testimone della costernazione di tanti compagni che vivono questa scomunica come una inaccettabile espropriazione della loro fede sincera, altro che ritualità profana la quale in alcuni casi, lo ammetto, viene ostentata.

Che facciamo noi mafiosi (veri o fasulli) in carcere e fuori? Al disgusto che suscitiamo nei bravi e virtuosi cittadini che prendono le distanze da noi come si fa con gli appestati, dobbiamo aggiungere da oggi in poi la clandestinità della nostra fede nascondendo al prete l’identità mafiosa con cui siamo stati marchiati?

E la Santità Vostra, così intransigente nei confronti dei mafiosi, lo è altrettanto nei confronti di chi pratica la tortura, allorché la condanna con parole sdegnate, senza però puntare il dito contro i nostri governanti che non si fanno scrupolo di infliggere l’ergastolo e il 41 bis, un regime differenziato inumano e crudele che non fa onore a un Paese civile? Non dovrebbe questa vergogna far vibrare di indignazione il suo cuore e suscitare l’ira? Einvece la Santità Vostra  aggiunge alla tortura la scomunica!

Mi perdoni, ma ho l’impressione che la Santità Vostra non sia severa in maniera equanime, che veda il male, brandisca la severità dell’Antico Testamento e condanni a vagare nel deserto il popolo infame dei mafiosi, ma non sia capace di vedere il male quando a praticarlo sono i farisei che spacciano la tortura per giustizia.

Il male è male, Santità, dovunque alberghi e non è un male minore quello praticato da personaggi paludati che si annidano all’ombra delle istituzioni.

Il Papa deve sempre snidare i farisei e cacciarli fuori dal tempio, e deve sapere esercitare il perdono nei confronti di chi ha sbagliato, come ci insegna la parabola del figliol prodigo.

Ho la sgradevole sensazione che il Suo anatema vada nella direzione opposta.

Con amore immutato, un Suo figlio, nonostante tutto.