Ecco una lettera che il nostro Sebastiano Milazzo -detenuto a Carinola- al Ministro della giustizia Paola Severino.

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Il.ma Ministro della Giustizia

Avvocato Paola Severino

 

Mi permetto di rivolgermi a Lei che ha dimostrato la volontà di sapere cogliere i segnali di sofferenza che le giungono dal mondo penitenziario.

Un mondo che il nostro Presidente della Repubblica ha definito “Un realtà che ci umilia in Europa e ci allarma per la sofferenza quotidiana –fino all’impulso di togliersi la vita- di migliaia di esseri umani chiusi nelle nostre carceri”. (27 giugno 2011)

Dal 2000 al 2011, 1902 persone morte, di cui 608 per suicidio. Nell’anno appena concluso 184 morti, di cui 68 per suicidio. Nelle prime ore di questo nuovo anno 3 suicidi. Si tratta di una vera e propria carneficina provocata da una serie infinita di mali, disfunzioni, ed orrori che possono riassumersi in due sole parole: tortura legalizzata.

Il termine che ho usato è certamente un ossimoro, ma resta il fatto che, anche se nessuno si propone di infliggere intenzionalmente sofferenza gratuite, le afflizioni nei confronti dei detenuti ci sono e vengono accettate come normalità

Una normalità che diventa normativa, che a sua volta si fa regola, una regola che, come ha detto il Prof. Garcani in un suo saggio: “Presenta una peculiare nota distintiva: il carattere massivo e seriale dell’offesa”.

L’offesa praticata da un apparato discrezionale, irresponsabile e intoccabile in ogni suo grado che, con le sue regole poco trasparenti, i suoi riti dilatori e la sua indifferenza per la libertà ed i diritti delle persone detenute, annulla la funzione rieducativa della pena.

Oggi non è più il legislatore o il Giudice con la sentenza che attribuiscono valori e forza alle minacce stabilite dal codice penale, e nemmeno l’effettiva durata della pena, ma quell’inesatta incapacità di misurarsi con la realtà, che mette in atto tutte quelle afflizioni che portano il detenuto a trovare nel suicidio l’unica alternativa per liberarsi dalla condizione disperata e disperante in cui viene costretto a scontare la pena.

Se le sofferenze provocate ai detenuti fossero praticate all’esterno, nessun giudice tentennerebbe nel definirli maltrattamenti e applicherebbe l’art. 544 ter. In carcere, invece, non c’è mai un giudice che accerti  o magari condanni, e tutto viene giustificato in nome di una pretestuosa sicurezza, anche quando essa viene più insidiata che garantita da certe pratiche che hanno il solo merito di dissipare le risorse destinate al sistema penitenziario.

Ill.ma Ministro, prenda ad esempio l’abuso ed il sopruso dei trasferimenti che privano della cosa più preziosa per un uomo privato della libertà; i colloqui con i propri affetti. Io li definisco maltrattamenti perché, un conto è allontanare un individuo, quando motivate ragioni sconsigliano  la sua presenza in un dato luogo; altro conto è, come oggi avviene, allontanarlo per scavare un solco sempre più profondo con i suoi affetti, oppure per distruggere decennali percorsi riabilitativi, per impedire al detenuto che lo merita di potere ritornare ad essere una persona , invece di continuare a essere un peso per la società.

Se tutto è grave  nei confronti di tutti i detenuti, diventa tragico quando la pena da scontare è l’ergastolo.

Una condanna data per il più grave dei reati; l’omicidio. Un reato che è una sconfitta per tutti, per chi lo subisce, ma anche per chi ne è causa. Un reato per il quale io sono stato condannato, e per il quale è giusto che paghi la mia pena, giusta o ingiusta, proporzionata o sproporzionata che sia stata, anche per rispetto delle vittime del reato. Questo vuole la Giustizia, che per me oggi significa ordine, rispetto, e obbedienza alle leggi e all’autorità dello Stato. Questo vuole lo stato di diritto, qull’ordinamento che dovrebbe essere forte e avere la forza giusta nel fare giustizia. Che non significa solo punire, significa anche arginare il male interessandosi agli obiettivi e alle aspirazioni del condannato, liberandosi della convinzione perversa che la sentenza fotografa un uomo per l’eternità.

Questa lunga premessa Ill.ma Ministro le viene da un ergastolano  che ha scontato 23 ann e si vede negata ogni speranza da un sistema che agisce su di me come il carrettiere che frusta l’asino stremato  che già sta trascinando la soma con tute le sue forze.

Oggi la mia vita, per il pregiudizio vecchio di 30 anni del reato originario, si determina in un lungo viaggio,  attraverso una discrezionalità che si converte in arbitrio.

Non importa ciò che sono, neppure ciò che sono diventato in decenni di detenzione e neppure ciò che è maturato dentro il mio animo, così come non importano i miei sentimenti e i miei pensieri.

Viene negata ogni possibilità, per quella strana forma di cultura che esonera dall’accertare quando un ergastolano merita possibilità concrete di reinserimento.

Ill. ma Ministro, il carcere non è solo luogo di espiazioni fisica, è anche luogo di espiazione interiore e come diceva già Seneca: “Il condannato ha spesso un altro tribunale che non fa mai grazia alla proprio coscienza”.

Questo Lei, da eccellente operatrice del diritto, lo sa bene. Per questo motivo mi sono rivolto a lei, capace di mettere a fuoco il punto insostenibile cui è giunta la condizione di noi ergastolani ostativi, sotto il profilo dei principi costituzionali, primi fra tutti quello della certezza del diritto e quello dell’uguaglianza di diritto.

Milazzo Sebastiano

Carinola