Piero Pavone – detenuto a Spoleto- è un amico storico del nostro sito.  E’ un grande amico.
Si trattta di una persona che ha fatto un notevolissimo percorso nei suoi anni carcerari. Un percorso sul piano intellettuale, morale, spirituale. Molti lo ricordano per i suoi splendidi dipinti, ma tanta bellezza rifulge anche da ciò che scrive.
Gli ho chiesto di raccontare il suo percorso in una lettera, nella consapevolezza che potrebbe essere d’aiuto per molti. Lo ha fatto. Quella che pubblico oggi è la lettera che ci ha inviato.

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Cari amici lettori,
mi chiamo Piero Pavone, sono di Reggio Calabri ed è dal lontano 1995 che sono, mio malgrado, nelle patrie galere italiane.
Ho deciso di scrivere quanto appresso per dare testimonianze del mio vissuto, ovvero dare conforto, speranza, forza… a chi è nelle mie medesime condizioni e alle loro famiglie.

E’ doveroso premettere che sto scontando il massimo della pena che il nostro Ordinamento Giudiziario sancisce e che, a mio avviso e ad avviso dei miei validissimi legali, tale pena è illegittima. Pertando è da anni che stiamo lottando per ristabilire la legalità. Da ultimo ho avuto giustizia, dopo estenuanti lotte, ma non in toto. Quindi si sta lottando per ottenere quella parzione di giustizia che fa sì che il fine pena “MAI” muti in pena pena temporanea.

Come dicevo, è da tanti anni che lotto per avere giustizia. Gli innumerevoli dinieghi non mi hanno mai scoraggiato, anzi… sono stati stimolo per lottare più caparbiamente, forte del fatto di avere ragione, in quanto la legge è dalla mia parte, quindi sono in trepida e fiduciosa attesa.

Ciò premesso, inizio dagli albori, ovvero dal mio arresto. Questo è avvenuto nel 1990 e l’impatto con il carcere non è stato così devastante, poiché ero nel Penitenziario di Reggio Calabria e lì ho tovato diversi ragazzi del mio quartiere. Quini, inconsciamente, mi sentivo a “casa”. Nel 1991 uscii di galere e, dopo circa un anno e mezzo, venni riarrestato a Milano. Lì l’impatto fu durissimo, perché sapevo che per me San Vittore era un carcere anonimo, nel senso che non conoscevo nessuno… Malgrado avessi avuto già esperienza carceraria, San Vittore mi mise paura perché il percorso dall’Ufficio Matricola per andare in sezione per andare in sezione fu desolante, lugubre… in quanto si doveva passare da quei lunghissimi sotterranei bui, tenebrosi…dove c’erano delle celle con ospiti ratti grossi come conigli. A me sembrava che dovessi soggiornare in quelle celle, quindi vi lascio immaginare lo sconforto. Passato questo momento, mi hanno portato in sezione, ubicandomi in una cella dove non conoscevo neeuno e nessuno mi conosceva, perciò mi sono trovato in una situazione agli antipodi del mio primo arresto e alloggiamento nel carcere di Reggio Calabria. Tuttavia, mi ha aiutato il mio carattere forte e la voglia di farcela, quindi in poco tempo mi sono ambientato e ho fatto le necessarie amicizie per vivermi la carcerazione al meglio.

Nel 1992/1993 esco da San Vittore e, dopo pochi mesi mi ritrovo uccel di bosco (latitante) poiché ero stato colpito da diverse ordinanze di custodia cautelare. Dopo due anni di triste latitanza, nel marzo del 1995 venni riarrestato a Milano e da allora sono girovago delle carceri italiane, oggi ospite del carcere di Spoleto.

Quest’ultima carcerazione non è stata per nulla facile. Anzitutto ho dovuto affrontare anni di complessi processi con conseguenze pesantissime, quali la mia attuale condanna all’ergastolo. Per via di questa condanna, a distanza di circa quattro anni e mezzo all’arresto, mi hanno applicato il 41bis, ovvero il così detto carcere duro. Sei anni della mia vita carceraria li ho trascorsi in tale regime, girando diversi penitenziari. E’ stato un altro dei momenti duri poiché il 41 bis comporta tanti divieti e limitazioni, quali i colloqui con la famiglia che erano (e sono) ridotti ad un’ora mensile e svolti in una saletta dove tra te e la famiglia vi divide un vetro a tutta altezza cche impedisce anche il minimo, banale e umano contatto fisico.

La drastica limitazione del contatto con la famiglia è stata la cosa che mi ha pesato maggiormente, poiché per le altre limitazioni o divieti mi sono adattato. Comunque anche a questo duro colpo ho dovuto reagire. Ho raccolto tutte le mie forze per far sì che non fossi sopraffatto da quel regime. Perciò passavo le giornate in modo più costruttivo possibile, ovvero facevo palestra, facevo la corsetta e mi dedicavo tantissimo alla lettura di romanzi, i quali, oltre a farmi compagnia, mi aiutavano a sognare, mi rendevano vivo…

Come si suol dire, le disgrazie non vengono mai da sole. Dunque, dopo circa quattro anni di 41 bis ci lasciammo con la mia ex. Sicché, avendo avuto un profondo amore le sofferenze sono state proporzionate all’amore che provavo. Per esemplificare le sofferenze, affermo che mi hanno svuotato, scavato… fino in fondo, cosa che non auguro a nessuna persona al mondo. Dopo qulche mese dalla fine della storia con la mia ex, mi viene notificato e applicato un anno e mezzo d’isolamento diurno, conseguenza della condanna all’ergastolo. Quindi sull’atroce sofferenza un’ulteriore sofferenza, poiché ho dovuto vivere un anno e mezzo in totale solitudine.

Ci sono stati giorni in cui credevo di non farcela, però ho avuto tanta forza imposta dall’attaccamento alla vita e dall’amore per i miei cari. Non potevo dare ulteriori preoccupazioni alla mia famiglia, non potevo abbattermi perché volevo e dovevo essere forte, perciò, quando tocchi il fondo e lo raschi, non puoi che rialzarti e la forza di rialzarti te la dà la volontà. Non credo che ci possa essere persona che non ce la possa fare. Ce l’ho fatta io, ce la possono fare tutti. Certo, non è semplice, non è facile, ma si può, si che si può! Del resto, nulla è facile nella vita. Questa è tutta in salita, perciò, usando un termine ciclistico, dico che dobbiamo essere buoni scalatoi per affrontare le salite più ripide.

Dopo il 41 bis, ovvero dopo essere stato declassificato da tale regime, sono stato trasferito a Sulmona dove ho trovato Andrea, il mio fraterno amico. Andrea è un creativo e ama tanto l’arte. Lì a Sulmona dipingeva olio su tela e la sua passione me la ha trasmessa.

Trascorsi cinque anni a Sulmona, ho subito un’altra declassificazione (dall’AS1 all’AS3) e da Sulmona mi hanno portato qui a Spoleto. E’ da circa 8/9 anni che sono a Spoleto ed ho continuato a coltivare la passione per la pittura con risultati soddisfacenti.

Spoleto mi ha dato, anche, l’opportunità dello studio concreto. Prima che arrivassi a Spoleto studiavo da autodidata, ma arrivato qui mi sono iscritto all’Istituto D’Arte conseguendo, al terzo anno, il diploma di Maestro D’Arte. Avrei voluto proseguire gli studi accademici, ma le mie finanze non me lo hanno permesso, pertanto mi sono iscritto all’Alberghiero. Lo scorso anno, al terzo, ho conseguito la qualifica in Enogastronomia con il punteggio di 100/100. Oggi sono in dirittura d’arrivo del quarto anno e il prossimo anno ci sarà la maturità, cosa che spero non arrivi a farla per intervenuta scarcerazione.

Oltre la scuola, la pittura, la palestra… mi diletto a fare teatro. Ogni anno se ne prepara uno con tema diverso e, anche se spesso non ho parti importanti, a me va bene lo stesso, in quanto la cosa mi diverte tanto.

Frequento il corso yoga da quasi un anno e ciò mi aiuta a rilassarmi e a pacare qualche istinto pregresso. Anche questa attività è molto positiva per il mio benessere psico-fisico.

Quasi in concomitanza con il corso yoga, hanno istituito un corso di “scrittura creativa”, che frequento, dove insegnano alcune tecniche per scrivere poesie. Già di mio, prima che frequentassi il predetto corso, scrivevo, di tanto in tanto, qualche poesia, ma, frequentando il corso, ho avuto molti stimoli che hanno fatto sì che il mio estro uscisse di più. Ho partecipato a dei concorsi e in alcuni di esssi mi hanno conferito il diploma, in altri attestati di riconoscimento… dunque ho avuto diverse soddisfazioni che mi rendono orgoglioso di quello che oggi sono. A tal proposito spesso dico che: “Oggi sono quello che avrei voluto e dovuto sempre essere”. Però c’è da dire che, se oggi sono questo, è grazie alle sofferenze, grazie alle delusioni e, modestia a parte, un grazie lo devo a me stesso, perché ho avuto la voglia di essere quello che sono. Un’ulteriore grazie lo rifaccio a me stesso per la forza e la volontà che ho avuto (e che ho), sia di farcela, sia di essere riuscito ad essere un uomo diverso, un uomo migliore. Delle volte dal profondo male emerge il bene.

Tuttavia, un profondo ringraziamento lo debbo ai miei familiari che in tutti questi anni mi hanno supportato e sopportato. Gli debbo un infinito grazie poiché con il loro silenzio, con il loro tacere e soprattutto con il loro non volere farmi pesare i miei errori… me li hanno fatti notare e capire molto più di inutile fiumi di parole. Il loro silenzio mi ha fatto riflettere facendomi fare introspezione, scavando dentro la mia anima, facendo autocritica… portandomi a questa conclusione: “Mai più sofferenze per loro e per me medesimo”.

In soldoni ho descritto il mio lungo percorso detentivo, che spero possa essere, come detto nell’incipit di questa mia, di aiuto, di conforto, di speranza, di riscatto… a tutti coloro che vogliono farcela. Li invito a credere nelle loro potenzialità, altresì gli voglio dire: “E’ dal profondo buio che si intravede la luce”. Abbiate la forza di rialzarvi, abbiate la voglia di raggruppare tutte le vostre forze per raggiungere quella luce in fondo al tunnel che vi sta attendendo.

Se questo mio scritto è stato o potrà essere d’aiuto anche ad una sola persona, sarò l’uomo più felice del mondo perch le mie sofferenze hanno avuto un senso.

Grazie di avermi prestato orecchio.

Spoleto lì, 11 aprile 2019

Piero Pavone