papafrances

Pubblico questo testo di Nino Mandalà, da qualche tempo fuori dal carcere.

—————————————

Il Papa ha spopolato in America proponendo quel suo modo semplice di declinare temi forti che scuotono le coscienze. La finanza selvaggia che soffoca i più deboli, i profughi visti come vittime delle colpe dei grandi della terra che non hanno saputo disinnescare le cause dell’esodo, il traffico d’armi, la pena di morte, la povertà, sono tutti temi su cui il Papa si è pronunciato con toni accorati sollecitando soluzioni.

Purtroppo le esortazioni del Santo Padre, a parte quella sull’abolizione della pena di morte, sono destinate a restare lettera morta, ci sono mali antichi come l’uomo che neanche il sacrificio di Cristo è riuscito a sconfiggere. E tuttavia il Papa non può rinunciare alla sua missione profetica che gli deriva dall’essere l’erede di Cristo e non può arrestarsi dentro i confini imposti dalla limitatezza umana, gli è proprio “un grado superiore di saggezza” che si ostina a predicare misericordia anche dove la misericordia troverà difficilmente proseliti. E’ la logica della sua missione che ha bisogno di allargare continuamente i suoi orizzonti e che però non sempre riesce a stare al passo con sofferenze nuove che si affacciano alla soglia della sua misericordia e del suo spirito evangelico.

Su questo riflettevo mentre leggevo l’ultima lettera di mio figlio detenuto in regime di 41 bis in cui mi descrive la sua vita in carcere. Ho già scritto su come la penso a proposito della stupidità e gratuita cattiveria della carcerazione dura e su come l’amministrazione penitenziaria ne esasperi ancora di più le condizioni andando oltre le regole già di per sé dure, come fa quando perpetra abusi giungendo persino a non rispettare le sentenze della magistratura o rispettandole dopo che le conseguenze dell’abuso si sono consumate.

In proposito ho cercato di attirare l’attenzione dell’opinione pubblica lanciando appelli che, ahimè, sono caduti nel vuoto. Ne ho ricavato soltanto improperi e sarcasmo.

Stavolta mi rivolgo al Papa e gli chiedo se conosce la realtà di questi suoi figli alla mercé di uno sceriffo con la stella della legge appuntata sul petto che ha sempre la meglio nel duello contro l’ avversario munito di un’arma scarica. Se conosce la realtà di un universo in cui si consuma la violazione dei diritti fondamentali senza che nulla trapeli all’esterno, in un clima di omertà che coinvolge le istituzioni e la cosiddetta società civile, pronta a indignarsi sull’abbandono dei cani ma non altrettanto pronta a indignarsi sulla vergogna di una enclave di inciviltà incuneata nel bel mezzo della nostra civilissima Italia.

Come è possibile che accada tutto questo senza che nessuno, e tanto meno il Papa, levi una qualsiasi protesta? Forse perché i detenuti in regime di 41 bis sono lontani dai cuori di chi si esercita alla pietà su soliti drammi scontati, forse perché creano imbarazzo con le loro storie truci e sono rimossi dall’ipocrisia di chi fiuta l’impopolarità di una battaglia lontana dal conformismo ideologico, forse perché sono mafiosi e, secondo l’anatema del Papa, scomunicati e dunque fuori dal perimetro della Chiesa, forse perché sono gli ultimi tra gli ultimi e non meritano neanche il perdono di Cristo?

Come diceva Flaubert, il buon Dio è nei dettagli e il Papa, impegnato in giro per il pianeta a condividere la sorte degli “scarti” disseminati nel mondo, dovrebbe trovare il tempo e la voglia di condividere anche la sorte degli “scarti” vessati nella Guantanamo di casa nostra.