Claudio Conte (che scrive da Catanzaro) interviene poco.. ma sembre con momenti di assoluto valore. Il suo ultimo contributo è stato un racconto di argomento natalizio. Oggi torna con una riflessione, molto acuta ed efficace sul tempo, la pena dell’attesa, la tremenda intensità di alcuni momenti.

Ma prima voglio riportare la parte finale della lettera personale che Claudio mi ha inviato.. perchè merita di essere condivisa con tutti..

“Mi congedo con un caro saluto, in particolare ad Alessandra, Pina, Antonella e a tutti coloro che si sono interessati alla campagna “Bambini in carcere”. Il prossimo “passo” sarà quello di sollecitare una legge che preveda la detenzione di madri con bambini in comunità strutturalmente modellate su quello di recupero dei tossicodipendenti. Nelle quali è assicurata la vigilanza e lo scopo è aiutare e non punire. Chi ne avesse la possibilità, investa della proposta gli assessori alle politiche sociali del comune di residenza e i parlamentari. E teniamoci informati.

Claudio        Catanzaro, 15 febbraio 2011″

E’ una degna battaglia amici. Una battaglia di civiltà. Sosteniamola.. ognuno di noi dia una mano.

E ora torniamo al post di oggi. Premetto che Claudio ha uno stile molto fluido, sa essere estremamente chiaro, comprensibile, ma senza essere prosaico.. brusco.. è chiaro, ma lo sa essere “esteticamente”.. è un modo di scrivere che definirei.. “limpido”…:-)

Il pezzo tocca temi delicati, come indicavo in precedenza. La dimensione temporale nelle sue connotazioni emotive. Il tempo è gravido di sentimenti ed emozioni. E tutto ciò si amplifica in quei luoghi dove la scansione temporale è “forzata”.. specie negli “incontri” e nei “distacchi”.

Testi come questi sono utili perchè sono una sfida ad immaginare, ad “immedesimarsi”. Ma ci siamo mai chiesti veramente cosa si prova quando attendi con ansia un colloquio, quando vedi i minuti correre via, e quando si avvicina il distacco e le parole ti si rompono in gola. Voglio citare un pezzo bellissimo del testo di Claudio, che ha un verismo emotivo che mi ricorda Dostoevkji:

L’incontro in carcere assume un’ntensità eccezionale, ma raggiunge il suo apice con la separazione. Nel “mondo libero”, anche quando non è voluta, è una scelta. Non in carcere. Qui è forzata, è quella del tempo scaduto che si consacra nel momento del saluto e dell’addio. Quello in cui gli occhi si inumidiscono, la voce è impastata, i lineamenti del viso si induriscono, tradendo la tempesta di sentimenti che si scatena nel cuore. Un momento nel quale, sull’ “altare del tempo”, si rinnova la “promessa”: ci dividono, ma solo fisicamente. Per rendere meno doloroso il distacco di quello che può essere un “pezzo” del tuo cuore. Un “vuoto” che ti accompagnerà fino alla prossima occasione, al prossimo incontro. Se ci sarà. Perchè non è scontato, in carcere come nella vita. In specie per quei legami che pur “sacri”, non hanno riconoscimento giuridico. Per i quali i cancelli del carcere rimarranno chiusi. Resta solo il pensiero che può spiccare il “volo” e non trova ostacoli.”

Claudio definisce il carcere “l’emblema della separazione”… e lo è davvero.. e lo è ancora di più per certe norme tribalie a antiquate e certe mentalità burocratiche e iperrigide che fomentano invece di stemperare il tasso di “separazione” dal mondo, dal cuore, e dalla vita.. di cui è impregnato il carcere.

Buona lettura

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La vita stessa pare breve… altrimenti il tempo si allunga, diventa interminabile, uno spreco. E l’anima si contorce e si consuma, perchè solo nella riunione trova pace.

Questa è una sensazione che conosciamo tutti, che appartiene a tutti.

Come conosciamo la “pena dell’attesa”. Ne vogliamo parlare? Ne vogliamo parlare veramente? Ma davvero? Va bene ne parlo…

Vogliamo ricordarci, specie noi maschietti, che l’attesa inizia appena nati con la “pappata”, la riviviamo nella “cerimonia del trucco” durante la vita (mentre a noi non è dato neanche pitturarci). Senza tralasciare che continua anche nell’ “altro mondo”. Statisticamente per noi.. la “dipartita”… arriva prima. Comnque voi.. fate pure con calma :-)!

Ma ironia a parte, l’attesa per chi è in carcere è “pena” che si aggiunge a quella dei giudici. Che può però trasformarsi in “felicitàà”.. quando si realizza. E l’unica “pena” che ha questa capacità. E’ il potere che hanno le persone a noi care. Un sorriso ci “illumina” la vita. Tutto è chiaro. Comprendi quanto sono importanti. E a volte neanche glielo dici. Quante volte ci è successo. Facciamolo alla prima occasione. Io lo sto facendo in questo momento, in un certo senso. E quelle persone che mi incontrano e alle quali manco, perchè c’è separzione dove c’è condivisione (non sono sicuro di avere scritto correttamente questa frase o che non mancasse qualche parola.. nota di Alfredo).

L’incontro in carcere assume un’ntensità eccezionale, ma raggiunge il suo apice con la separazione. Nel “mondo libero”, anche quando non è voluta, è una scelta. Non in carcere. Qui è forzata, è quella del tempo scaduto che si consacra nel momento del saluto e dell’addio. Quello in cui gli occhi si inumidiscono, la voce è impastata, i lineamenti del viso si induriscono, tradendo la tempesta di sentimenti che si scatena nel cuore. Un momento nel quale, sull’ “altare del tempo”, si rinnova la “promessa”: ci dividono, ma solo fisicamente. Per rendere meno doloroso il distacco di quello che può essere un “pezzo” del tuo cuore. Un “vuoto” che ti accompagnerà fino alla prossima occasione, al prossimo incontro. Se ci sarà. Perchè non è scontato, in carcere come nella vita. In specie per quei legami che pur “sacri”, non hanno riconoscimento giuridico. Per i quali i cancelli del carcere rimarranno chiusi. Resta solo il pensiero che può spiccare il “volo” e non trova ostacoli.

Il carcere in questo senso è l’emblema della separazione. Le sue alte mura la rappresentano fisicamente. Le sbarre che si protrarranno nel tempo. L’ergastolo che, probabilmente, lo sarà per sempre.

Eppure.. la libertà è di tutti.

Un abbraccio

Claudio Conte