Sebastiano Milazzo, detenuto presso il carcere di Sulmona, ritorna a renderci partecipi delle sue riflessioni con questo interessante scritto concernente democrazia e giustizia. Quando da soggetti di democrazia si diviene oggetti della stessa, il punto di vista coglie inevitabilmente altre angolazioni.


“LA DEMOCRATURA”
Il giorno 5 Giugno 2018 ho partecipato al seminario su: “L ‘Autorità e la Libertà- Forme di Stato e di Governo” organizzato dalla direzione all’interno della casa di reclusione di Sulmona. Un esperto ci ha illustrato le varie forme di Stato che si sono susseguite nel corso dei secoli e al rapporto che esiste tra ogni forma di organizzazione dello Stato e la libertà. Ci ha parlato, essenzialmente, di monarchie, dittature e democrazia, a proposito della quale si può dire che resta pur sempre la miglior forma di governo della società, ma per definirla tale una democrazia deve essere governata da una legge che non si presta ad arbitrarie interpretazioni, perché quando l’arbitrio entra dalla porta, la Giustizia sociale, civile e penale esce dalla finestra. Con l’arbitraria interpretazione della legge si realizza la “democratura”, quel sistema basato su una parvenza di democrazia e una concreta dittatura, anzi qualcosa di peggiore della dittatura, perché durante la dittatura si può coltivare la speranza che il dittatore muoia o venga deposto, mentre in “democratura” questa speranza si disperde in un mare di demagogica retorica.

La “democratura” si fonda sul continuo sovrapporsi di norme scritte in modo demenziale e contraddittorio che danno un potere discrezionale a chi le maneggia che sfocia nell’arbitrio di poter tormentare, corrompere o annientare il “nemico” di turno, leggi che finiscono per diventare il tiranno sotto il quale tutto si compra, anche il destino degli uomini. Con leggi che non pongono dei paletti alla libera interpretazione dei singoli non esiste ordine, non esiste obbedienza e non esiste vera libertà, esiste soltanto la legge della giungla che non pone l’esigenza di ragionare su cosa significhi l’arbitrio che si può usare per fini ricattatori, per fini repressivi o per assicurare impunità all’ “amico” e condannare il “nemico”. Non si può più parlare di democrazia e Stato di Diritto quando le leggi non consentono interpretazioni univoche, in tal caso, come oggi avviene, le leggi diventano le ancelle della corruzione etica e materiale della società e della stessa Giustizia, che può assicurare indifferentemente prescrizioni di massa a corrotti e corruttori e condanne infami per chi non è vicino al potere. L’effetto di leggi che ognuno può interpretare come meglio crede è che nel 2013 in Germania, paese eticamente meno corrotto dell’Italia, in carcere vi fossero 7.986 detenuti per reati di corruzione e in Italia ve ne erano soltanto 230, nonostante la ben nota e diffusa corruzione pubblica italiana.

Di fronte a questi numeri c’è da chiedersi quanto sia ipocrita la frase che campeggia nei tribunali in bella vista: “La legge è uguale per tutti” e se la nostra Costituzione sia davvero la più bella del mondo, dato che in questo paese la visione di salvezza che rappresenta la Giustizia viene oscurata da un diritto penale a geometrie variabili, che fa sì che nelle carceri la pezzatura degli occupanti sia sempre la più piccola. Come si può parlare di libertà e di Stato di Diritto, se l’arbitraria interpretazione delle leggi ha corrotto la Giustizia penale sin dalle fondamenta, la Giustizia non la magistratura che è fatta di uomini, con tutte le virtù, i vizi e le miserie degli altri uomini. Una Giustizia penale corrotta a tal punto da creare disparità di trattamento che oltraggiano il buon senso comune, oltre che la stessa Costituzione, ove si consideri che due coimputati condannati all’ergastolo, con posizioni sovrapponibili, dopo 30 anni di pena scontata, chiedono entrambi la riconversione dell’ergastolo in 30 anni, uno non la ottiene e viene di fatto condannato a morte, mentre l’altro la ottiene e finito di scontare 30 anni di pena esce dal carcere. Il primo nella sede giudiziaria dove è stato condannato non la ottiene per il fatto che durante la detenzione non ha commesso alcun reato, il coimputato, invece, presumibilmente, per aver avuto “la fortuna” di essere stato condannato per un reato commesso durante la detenzione si è visto spostare la sede dell’esecuzione e in quel luogo il Tribunale gli ha rideterminato la pena in 30 anni di reclusione. Questa sostanziale diseguaglianza porta all’amara considerazione che il buon percorso detentivo del primo non solo non ha pagato, ma ha ulteriormente segnato la sua condizione e per “I’ effetto distorto” del buon percorso penitenziario é costretto a morire in carcere per l’arbitraria interpretazione delle stesse leggi, sentenze del tribunale europeo, di Cassazione a Sezioni Unite e Costituzionali. Costretto a morite in carcere anche per il motivo che la libera interpretazione, in tema di benefici penitenziari, ha fatto sovvertire l’antico ordine secondo cui devono essere le leggi ordinarie a rientrare dentro i paletti delle leggi Costituzionali e non il contrario. La realtà attuale ha fatto affermare il concetto che coloro che sottostanno all’articolo 4 bis dell’ordinamento penitenziario non possono contare sui principi espressi dall’articolo 27 della Costituzione, dunque è l’articolo 27 della Costituzione che non rientra nei paletti fissati dall’art. 4 bis dell’ordinamento penitenziario, che abroga i principi su cui si fonda l’art.27 della Costituzione. Per determinate categorie di condannati vengono meno i principi dell’art. 27 della Costituzione e prevale il diniego assoluto dei benefici penitenziari previsto dell’art. 4 bis, per cui nei confronti dell’ergastolano si applica la pena di morte, adottando lo stesso principio utilizzato dal nazismo, che bruciava i deportati nei lager, non per quanto questi avevano personalmente commesso, ma in quanto ebrei, rom, gay e handicappati.

Indipendentemente da ciò che realmente è, oppure è diventato dopo 30/40, ma anche 50 anni di pena scontata, l’ergastolano per effetto della catalogazione attribuita al momento del processo non può contare sui principi espressi dall’articolo 27 della Costituzione che prevedono la rieducazione e il reinserimento del reo nella società, perché l’art. 4 bis, in presenza del marchio iniziale, non prevede di accertare con serenità e senza pregiudizi se il condannato può essere reinserito nella società. Il tutto con il beneplacito di una Corte Costituzionale, che sull’ergastolo ha detto tutto e il contrario di tutto, si applica una pena di morte non scritta in sentenza e non prevista dalla legge, una pena di morte camuffata, come l’ha definita Papa Francesco. Con questo arbitrario sovvertimento delle regole che dovrebbero essere ritenute fondamentali in democrazia, la Corte Costituzionale più attenta a seguire il vento politico del momento, invece di porsi come garante dei principi costituzionali, realizza che alcuni magistrati di sorveglianza rispettando il dettato costituzionale consentono il reinserimento anticipato nella società dell’ergastolano. Altri che interpretano in modo diverso le leggi e la Costituzione, destinano l’ergastolano a morire in carcere, allo stesso modo realizzano che ognuno dei 260 penitenziari diventa un feudo a sé, con un regolamento che cambia a seconda dell’intelligenza o dell’ottusità di chi lo amministra. Infatti, negli istituti penitenziari gestiti con intelligenza, razionalità e scrupoloso rispetto delle leggi i detenuti vivono una esistenza decente e godono dei benefici penitenziari, mentre in altre sedi dove la fa da padrona l’inefficacia e l’inefficienza, la pigrizia mentale e fisica, la corruzione etica e materiale, gli addetti all’osservazione e trattamento e gli stessi magistrati di sorveglianza assurgono al ruolo di oggetti coreografici, per il motivo che il reinserimento del reo viene ritenuto una bestemmia.
Il poter rispettare i principi costituzionali, secondo le sane o malsane digestioni dei singoli, è reso possibile da un potere chiamato ad amministrare la Giustizia civile, penale, amministrativa che non ha interesse a scrivere leggi chiare e univoche, per non dover riconoscere che l’idea di Giustizia nasce dall’esperienza di un’ingiustizia e dal dolore che ne deriva e questo è possibile perché chi sta intorno alla mangiatoria del potere, eternamente impunito o prescritto, non conosce il dolore causato dall’ingiustizia e finisce per trattare coloro che sono costretti a subirla come esseri inutili e superflui.
Giuseppe Zanardelli, unico ministro di sinistra della Giustizia, nel 1890 sosteneva: “Le leggi devono essere scritte in modo che anche gli uomini di scarsa cultura possano intenderne il significato, e ciò deve dirsi specialmente di un codice penale, il quale concerne un grandissimo numero di cittadini anche delle classi popolari, ai quali deve essere dato modo di sapere, senza bisogno di interpreti, ciò che dal codice è vietato”.
Francesco Paolo Casavola, emerito presidente della Corte Costituzionale, nel suo libro “Ritratti italiani” a proposito di Zanardelli scrive: “Quanto alla missione assegnata da Zanardelli alla legge penale, essa sta nel delinquente, non sempre volgare né pervertito, non dimentica l’uomo né il cittadino, e che non ha soltanto ufficio d’intimidire e di reprimere, ma eziandio di correggere e di educare”. Scrive sempre Casavola: “Somma fu la cura posta da Zanardelli nello stabilire la scala delle pene, la modalità di esecuzione, nel limitare la discrezionalità della irrogazione, per ottenere la massima certezza. Sentì altissimo il dovere dell’umanità della pena. Avvertì che nella segregazione cellulare dell’ergastolano non si dovessero superare limiti oltre i quali si verrebbe in realtà a una condanna di morte. E quanto all’istituto della riprensione giudiziale egli vi vide uno strumento per rendere umana e quasi direi popolare e paterna la giustizia punitiva, nei casi degni di indulgenza e di pietà, quando cioè interessa che la giustizia penale sia più correttiva che coercitiva”.
Conclude il giudice Francesco Paola Casavola: “Quale lezione ci viene da questo padre del Risorgimento, espressione di una classe dirigente che fu all’altezza del compito di guidare la società verso una più alta coscienza civile, senza lasciarla come accade oggi nel turbamento dei conflitti fra le istituzioni”.

Sebastiano Milazzo