Ritorniamo ancora una volta ad occuparci del libro di Atonemente; il libro di Salvatore Torre -detenuto da qualche tempo a Bollate- recentemente pubblicato dagli ideatori del Premio Goliarda Sapienza.
Abbiamo avuto modo di pubblicare anche su questo sito alcuni racconti di Salvatore e fa piacere quando chi si trova in carcere, riesce a fare uscire con le proprie creazioni, ciò che ha dentro di sé. In questo modo diventa, a sua volta, portatore di speranza anche per altri.

Condividiamo, a tal proposito, su questo sito, un bellissimo articolo di Silvia Morosi uscito sulla sezione “Buone Notizie” del Corriere della Sera (link https://www.corriere.it/buone-notizie/19_dicembre_03/galera-mi-ha-salvato-dostoevskij-ergastolano-scrittore-libri-3cb692f8-15b2-11ea9514-9386fa8d8bdc.shtml?fbclid=IwAR0OTvfY_aw0ObjZOn8Cgo_7txyBcAZajTtOCxGW8Ud3i_yYMW8Lk22dtN8&refresh_ce-cp).

Ricordo il fucile di precisione, quel cannocchiale attraverso cui Sergio, uno dei tre emissari di mio padre, mi lasciò per mirare, di notte […] un primo assaggio del mondo reale della malavita. Avevo dodici anni, forse tredici». Così Salvatore Torre racconta in una pagina di Atonement — Storia di un prigioniero e degli altri (“Espiazione”) il suo avvicinamento alla vita criminale. «Mio padre spesso ospite delle patrie galere e mia madre sempre al lavoro. Mi dava forza solo l’idea di essere parte di una comunità in cui sussistevano delle regole e dei principi ai quali ero tenuto a obbedire. Ereditai la mentalità malavitosa… L’avvicinamento al crimine organizzato fu una conseguenza. Meno scontata era la possibilità che io potessi concorrere a degli omicidi. Le cose invece andarono così».

Nella Casa di reclusione di Bollate

Quasi cinquant’anni, ergastolano fine pena mai, in carcere da quando ne aveva venti, ha trovato anche nella letteratura – conosciuta e amata da quando è detenuto – un motivo per non arrendersi. In questo libro ha raccolto la sua storia e quelle di altri uomini e donne incontrati nelle carceri di tutta Italia, «vite come la mia, rovinate e rovinose». Da qualche mese, dopo aver trascorso la maggior parte della sua vita detentiva in regime di Alta Sicurezza, si trova nel carcere di Bollate, in Media Sicurezza. «Qui posso usare il computer dentro la mia cella. Fino a poco tempo fa, a Saluzzo, in regime di Alta Sicurezza mi era possibile utilizzarlo soltanto in una saletta comune e durante orari precisi. Ho una cella singola, dotata di bagno e di un angolo cottura separati. L’ho potuta colorare a mio piacimento e arredarla con uno scrittoio, una piccola cassettiera, un mobiletto con scomparto per i libri, un ventilatore e tre vasi di piante. Inimmaginabile poterlo fare prima, quando abitavo in una cella minuscola e spoglia, che condividevo con un altro detenuto». A Saluzzo – confessa poi via mail – «non avevo in alcun modo accesso alla biblioteca. Era possibile ricevere i libri esclusivamente attraverso il lavorante bibliotecario, finché non ebbi la fortuna di essere assunto io stesso come bibliotecario. Svolsi per un anno questo lavoro, che mi diede la possibilità di godere liberamente dei libri». E proprio durante il periodo in Alta Sicurezza, nel quale ha trascorso la maggior parte della vita detentiva, iniziò a trascorrere parte della giornata tra i libri, «a commentare e approfondire con Sandro, il mio collega di lavoro, le nostre letture ma anche a raccontarci gli eventi della giornata, a confrontarci sulle problematiche che investivano le nostre vite. In queste lunghe chiacchierate che ci portavano lontano, tentavamo di evadere la realtà, immaginandoci magari un giorno a prenderci un caffè insieme nella sua città, Roma».

Il rifugio nella lettura

Nella lettura ha trovato il suo rifugio, anche smettendo di fumare nel 1996, per la paura che alla pena si potesse accompagnare la malattia, una qualsiasi. «Da bambino – mi scrive – andavo a scuola di malavoglia, l’insegnante spesso neppure l’ascoltavo preso dai miei pensieri che mi conducevano lungo le stradine che conducevano in contrada Coco, tra le vigne e gli alberi dove, spesso, trascorrevo il mio tempo. Mentre l’insegnante spiegava i verbi o la punteggiatura, io meditavo su come ricostruire la parete della grotta che, in quel mio regno, avevo scelto come dimora, oppure di imitare Tarzan, scalando l’albero di carrubo sul quale avevo sistemato degli assi, immaginandovi una casetta. La lettura, che non fosse quella dei fumetti per ragazzi, la scoprii durante quel mese trascorso in isolamento nel minorile di Messina. I ragazzi di Jo di Alcot, Kim di Kipling, Cuore di De Amicis, Il richiamo della Foresta di London e molti altri romanzi riempirono quelle ore di solitudine». Sulla parete della cella di isolamento del minorile, dove fu rinchiuso 32 giorni di fila, «scrissi qualcosa che avevo appena letto nel libro di Twain, una frase pronunciata da Huck Finn al suo amico Jim, mentre fuggivano. Credo si trattasse di un’incitazione a non mollare, che feci mia e sotto quella frase incisi il mio nome». Alla letteratura – come strumento di salvezza – si avvicinò realmente durante la detenzione da ergastolano. «Fu dovuto, credo, all’istinto di conservazione: un ramo al quale aggrapparmi per non scivolare nell’apatia e nello squilibrio psichico». Prima Verga, Stendhal, Maupassant, Dumas, poi il suo preferito, Dostoevskij, «capace di far emergere la nascosta umanità, i sentimenti più profondi e le speranze che agitano l’essere umano nei momenti di sofferenza. Mi appassionò e mi appassiona di questa letteratura il pensiero filosofico e religioso dei sui autori, la rappresentazione della miseria e della grandezza dell’animo umano e della società russa. È attraverso la letteratura che ancora oggi continuo a interrogarmi sulla vita interiore e sul mondo fuori. La scrittura, invece, mi mette di fronte ai miei limiti, anche emotivi», spiega, sottolineando come alla prima dedichi alcune ore al mattino e la sera, dopo aver svolto altre incombenze della giornata, mentre alla seconda i tempi vengano dettati dal flusso narrativo dei pensieri».

La scrittura

Ed è proprio la scrittura ad averlo fatto uscire dall’isolamento e ad averlo reso consapevole della necessità di dialogare con il mondo per migliorare – minimamente – le condizione esistenziali. La prima occasione di portare al pubblico i suoi scritti è stata il Premio Goliarda Sapienza, nel 2011:«Da allora ho partecipato ogni anno e questo percorso mi ha portato ad Atonement, un viaggio che mi ha fatto guardare in faccia i miei fantasmi per non averne più paura». Certo, finché non prevarrà la cultura della rieducazione rispetto alla repressione, questo rimarrà il problema principale. Perché la pena realizzi il suo scopo dovrebbe «instaurare con il condannato un rapporto di fiducia che lo consapevolizzi del fatto che cambiare il suo comportamento deviante sia utile innanzitutto a sé», conclude. E se al momento della prima detenzione al minorile di Messina, il rapporto con il carcere fu sostanzialmente di sfida, «ventotto anni dopo il mio ultimo arresto, colgo ogni occasione per raccontare a quel ragazzetto l’esistenza di un altro mondo possibile. Non mi sono arreso perché, nonostante tutto, sono innamorato della vita e ho un debito di amore verso mia madre. Fu la sofferenza che provai nel cogliere l’afflizione palesatasi un giorno nei suoi occhi ad avviare il mio percorso di trasformazione. Sono cambiato, sostituendo man mano l’impulsività con la pazienza e l’arroganza con il dialogo, cominciando con me stesso».

Il sogno della libertà

Tornare alla libertà significherebbe per lui veder riconosciuto e ricambiato questo amore, cominciando a restituire il suo debito. «L’ho ascoltato in silenzio per due ore e ho compreso come la parola, attimo dopo attivo, svelava un cammino che stava rigenerando il bene. Parole severe, essenziali, tanto lontano dalla retorica quando capaci di generare stupore», racconta monsignor Dario Edoardo Viganò, vice Cancelliere della Pontificia Accademia delle Scienze e della Pontificia Accademia delle Scienze sociali, che ha conosciuto Torre e ha scritto la prefazione del libro. Il carcere — continua — «non deve rappresentare per i reclusi un tratto dell’esistenza che ha come obiettivo solo quello di pagare un debito con la giustizia, ma quello di individuare le strade possibili per una rinnovata esistenza, offrendo cammini di riappropriazione di sé. Papa Francesco su questo è chiaro: se si chiude in cella la speranza, non c’è futuro per la società». Personalmente, «non chiedo mai a un detenuto se è un credente o se prega. Infatti un credente, anche se peccatore, non smette mai di essere credente. E per il Padre questo basta per riabbracciarlo, per riabilitare a una relazione filiale. Un figlio è sempre un figlio anche quando sbaglia».

La funzione rieducativa della pena

In un passaggio dell’articolo 27 della Costituzione si legge: «Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato». Anche il Papa e la Chiesa tutta ci ricordano continuamente questo. «Bisogna fare in modo che la pena non comprometta il diritto alla speranza, che siano garantite prospettive di riconciliazione e di reinserimento», conclude monsignor Viganò. Molti istituti di pena hanno équipe di educatori, psicologi che, insieme alle guardie carcerarie , sanno offrire cammini di riappropriazione della proprie esistenza. Per Torre è stata la scrittura, per altri la recitazione – ricordo il bellissimo film dei fratelli Taviani Cesare deve morire del 2012, Orso d’oro a Berlino – così come per altri i mestieri della migliore tradizione italiana a cominciare dalla ristorazione, dalla sartoria e dall’artigianato tutto, non negando possibilità inoltre alle nuove professioni dell’industria digitale. Papa Francesco su questo è chiaro: «Se si chiude in cella la speranza, non c’è futuro per la società. Mai privare del diritto di ricominciare!».

«Ti ospita sempre a casa sua»

Il Salvatore di oggi – insomma – non coincide con quello «cresciuto nella borgata di una cittadina siciliana ad alta concentrazione malavitosa, che passò dai giochi (e chissà mai se ha giocato da bambino?) alle pistole, come un fatto scontato», conclude Antonella Bolelli Ferrera, curatrice del libro. «Ancora oggi si emoziona davanti alla scrittura e non si è mai arreso perché, come dice lui, nonostante tutto è innamorato della vita e perché ha un debito di amore verso sua madre. Ha curato la mente e anche il corpo, smettendo di fumare, allenandosi e seguendo una dieta equilibrata». E sorride: «Quando lo vai a trovare, non mancano mai un termos di caffè, biscotti e caramelle (in fondo, ti sta ospitando a casa sua), ma lui non tocca nulla, non si lascia tentare».

Salvatore Torre è nato il 4 gennaio 1971 a Barcellona Pozzo di Gotto (Messina). Sin dalla prima edizione ha partecipato al Premio Goliarda Sapienza, il concorso letterario nato nel 2011 e rivolto alle persone detenute, con il coinvolgimento di scrittori e artisti come tutor, curato e ideato dalla giornalista Antonella Bolelli Ferrera. Nel 2011 è arrivato secondo con il racconto Introduzione alla devianza di un cane. Nelle successive edizioni si è aggiudicato menzioni speciali e nel 2018 ha vinto il Premio Vatican News con due racconti. Il libro Atonement – Storia di un prigioniero e degli altri (Edizioni LEV) è promosso da SIAE e Associazione Inverso Onlus.