Francesco Annunziata -da noi da sempre chiamato Nellino- è attualmente detenuto nel carcere di Oristano, dopo tanti anni passati nel carcere di Catanzaro.
Recentemente ci ha inviato questo suo interessante contributo sui temi della “giustizia riparativa”.

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Il sottoscritto Annunziata Francesco, nato a Roma il 04/10/1974, attualmente ristretto presso la C.R. di Massama (OR).
Condannato alla pena complessiva di anni 30, per effetto di cumulo di pena, anche per delitti compresi dal primo perioro, primo comma dell’art. 4 bis O.P.
Arrestato poco più che maggiorenne, a 45 anni mi ritrovo ad avere trascorso più della metà della mia esistenza all’interno di queste mura. Questo tempo, però, ha avuto la sua utilità, affinché comprendesi e interiorizzassi le cause e le ragioni dei miei errori.
Certamente il carcere com’è oggi non svolge la funzione di recupero del reo, anzi può quasi dirsi criminogeno. Poche e troppo eterogenee le realtà ove si prova a realizzare i principi “imposti” dall’art. 27 della Costituzione; e ancora troppo grande l’ampio margine discrezionale riservato alle diverse direzioni, dall’ordinamento. Non bisogna sorprendersi che in Italia un progetto di giustizia riparativa non trovi il giusto risalto, nonostante l’esempio positivo di molte realtà europee.
Purtroppo nel nostro Paese, il carcere è ancora considerato solo ed esclusivamente punitivo e socialpreventivo. Ho appreso di questo “progetto” e intendo aderire con piacere con ogni mezzo a mia disposizione al fine della sua riuscita. Ecco, se gli anni trascorsi in carcere hanno avuto la loro utilità, questa è stata, oltre ad indurre profonde riflessione sul proprio vissuto, anche quella di mettere in pratica piccoli atti, che vogliono solo atteggiarsi a riparazione del danno recato. Come ad esempio migliorare con lo studio per resituire alla società un uomo migliore: diplomato Geometra con il massimo dei voti; iscritto alla facoltà di ingegneria biomedica presso l’università di Cagliari; partecipando a ogni iniziativa trattamentale proposta e cercando, in qualche modo, di consigliare ai giovani di non dare credito ai falsi miti.
Le vittime dei reati gridano vendetta perchè il nostro sistema giudiziario si rivela fallimentare rispetto alle attese di riparazione del danno, per ragioni che esulano dai limiti minimi della pena da scontare, bensì in molti casi ciò dipende dalle campagne dei media fondate sulla paura e sull’insicureza dei cittadini. Una società civile e che può dirsi tale, non grida vendetta, ma solo giustizia. E una concezione di giustizia riparativa, come o quasi come è concepita nei paesi scandinavi, produrrebbe effetti solo benefici nei confronti di tutta la società.
La riparazione non solo economica, ove possibile, ma anche psicologica nei confronti della vittima, tale da indurre una riflessioni sugli sconvolgimenti che avvengono nella vita di una persona che subisce un reato, ma anche quelli di tutte le persone coinvolte. Anche della famiglia dell’autore del delitto che suo malgrado da innocente si ritrova parte in causa a livello emotivo nell’offesa recata dal congiunto.
La famiglia è stata una parte fondamentale del mio percorso, perchè i miei figli crescono senza un padre e mia moglie senza suo marito, e questo è stato motivo di grande riflession. Loro sono innocenti eppure si ritrovano a pagare colpe che non hanno commesso. Il riconoscimento delle proprie responsabilità induce alla volontà di riparare, anche egoisticamente parlando, non fosse altro che per un proprio benessere psicologico.
La speranza che una propria azione possa in parte porre rimedio al danno recato, allevia il senso di colpa che si accompagna e purtroppo, in alcuni casi, ti accompagnerà per tutta la vita.
Bisognerebbe trovare a livello legislativo delle forme di riparazione concreta, prima nei confronti della singola vittima del reato e poi gradualmente nei confronti di tutta la società. E queesta società potrebbe poi interrogarsi su alcuni sentimenti che accompagnano l’uomo fin dalla nascita, con un destino che sembra già scritto. Il giustiziere vive nella nostra coscienza. L’uomo non può giudicare e condannare se stesso, ma può riconoscere l’errore e correggersi. Dalla coscienza individuale alla coscienza collettiva. Redigere un patto di fiducia reciproca tra il reo e la società che lo punisce e lo riaccoglie, consapevole che quella condanna non debba essere eterna.
Il giudice più servero di me stesso sono IO! Il carcere può essere luogo di alienazione, repressione o valorizzazione, a seconda delle persone che si incontrano e il livello culturale che si raggiunge.
Non stupisce che all’interno del sistema penitenziario italiano si registri il tasso più alto di analfabetismo e analfabetismo di ritorno. Per questo ho scelto di aderire a questo progetto, ritenendolo una grande occasione di crescita individuale e collettiva. Avere la possibilità di aiutare il prossimo mi pone nella condizione di aiutare me stesso.