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Francesco Di Dio è un nuovo amico che ci ha fatto conoscere qualche mese fa il nostro Alfredo Sole, detenuto, come Francesco, nel carcere di Opera.

Di Francesco abbiamo già pubblicato alcuni brani in stile poetico.

Ma oggi pubblico un testo che considero un gioiello, con passaggi splendidi come questo:

“Eh, comodo il carcere, ma solo per chi non ha debiti d’amore da saldare; solo per chi si trascina in questi  luoghi ormai vinto  e rassegnato; solo per chi si è lasciato spogliare dei suoi diritti e rifiuta di rivestirsi dei propri doveri; solo per chi ha ormai perso per sempre la speranza della libertà che restituisce ad ogni uomo in catena il bene supremo della dignità.”

Il carcere ti fa acquisire sempre maggiori debiti, dice Francesco in vari passaggi, tutti i debiti per l’amore non dato verso i tuoi cari… e quindi, altro che dormire o scoraggiarsi, preparati invece, per tutto l’amore che devi dare.

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Eh, comodo il carcere: quando entri ti spoglia di tanti diritti, ma anche dei numerosi doveri, delle preoccupazioni, delle responsabilità… “tanto sono detenuto, che posso fare? cosa possono aspettarsi gli altri da me? Cosa posso mai offrire a loro, che sono liberi e possono fare ciò che vogliono?”.

Ti dici così cercando rifugio nella tua gabbia arrugginita per non subire il dolore dell’impotenza e piano a piano, quasi senza accorgertene, ti isoli da quel mondo al quale senti di non appartenere più…. Poi viene il giorno n cui quei portoni si aprono per sputarti fuori, in faccia alla società.

Non ci saranno più quelle sbarre che ti hanno offerto un alibi per sottrarti dalle tue responsabilità, dai tuoi doveri e da quella vita che ora è lì implacabile ad aspettarsi. Allora ti assale la paura: le giustificazioni sono finite, non puoi stare a piangerti addosso aspettando che siano gli altri a decidere e a provvedere per te. Tu non te ne eri accorto, ma mentre stavi in galera contraevi debiti su debiti. Ora sono tutti lì i tuoi creditori, in attesa di riscuotere ciò che gli è dovuto.

Quanto affetto, quante carezze, quanti momenti di vita deve dispensare un detenuto a figli, genitori, mogli, compagne e persone care per recuperare? Ma si può davvero recuperare? Si possono recuperare le feste di compleanno dei propri figli? La loro prima volta in bici da soli, il primo giorno di scuola, la prima comunione, la prima cotta e tutte le volte che avevano paura e ti avrebbero voluto accanto per essere rassicurati… come potrai mai recuperare?

Come potrai recuperare le gioie che non hai potuto dare loro e riparli dei tanti dispiaceri e di tutte quelle lacrime spese di nascosto e in silenzio per te?

Ti sorprendi spesso a pensare e ti rannicchi triste, all’ombra dei tuoi stessi pensieri.

Dopo tanti anni di carcere, la paura di tornare libero e di non sentirti più adeguato a quel mondo ormai cambiato per sempre è troppo forte. E’ vero, la paura è tanta, ma è molto più forte la voglia di riappropriarsi della propria vita, di tornare ai propri cari e farsi carico di tutti i doveri e di tutte le responsabilità che l’amore per la propria famiglia comporta, di gioire del sorriso dei propri cari. 

Finalmente illuminato da un raggio di sole come da ormai nelle buie sale dei colloqui non hai potuto vedere. 

Ascoltare le parole libere come una musica a volume alto e  non come il brusio sommesso, a bassa voce, del parlatoio del carcere.

Eh, comodo il carcere, ma solo per chi non ha debiti d’amore da saldare; solo per chi si trascina in questi  luoghi ormai vinto  e rassegnato; solo per chi si è lasciato spogliare dei suoi diritti e rifiuta di rivestirsi dei propri doveri; solo per chi ha ormai perso per sempre la speranza della libertà che restituisce ad ogni uomo in catena il bene supremo della dignità.