pestaggi

 

Questa testimonianza non è recente. E’ stata scritta nel 2004. Ma, è proprio per questo che abbiamo la categoria “Patrimonio”. Per salvare il meglio di quello che è stato, fra le testimonianza a noi accessibili si intende. Per che ciò che è stato in teoria è innumerevole.. verrebbe voglia di dire.. infinito. I “Messaggi della bottiglia” contiene i testi più recenti, successivi all’apertura del blog. Testimonianze raccolte da qualcuno degli amministratori, lettere pervenute a casa, ed altro. Fondamentalmente è una distinzione temporale. Ma come tutte le distinzioni in campi “sensibili” non è un algoritmo matematico, e ci sono territori di frontiera. Del resto a chi legge preme soprattutto leggere, e a chi scrive (gli ergastolani) preme soprattutto scrivere.. ed essere letti. Le categorie sono utili a dare un ordine e  una armonia (es, nella “Galleria dall’Ombra”) verranno via via contenuti disegni e immagini, ma non sono il Cuore.
Questa testimonianza che oggi leggerete è di quelle che devono vivere. Di quelle che, quando ti ci imbatti, dici “ci sarà una traccia.. a memoria della barbarie.. dello stivale che colpisce lo stomaco.”. Dell’umiliazione di chi è solo e non è nessuno, e come un cane lardoso e randagio viene brutalizzato e trattato all’ingrosso, come il pesce scaduto.
Vite randagie.. esseri invisibili.. con loro si può fare tutto, perché loro non hanno nessuno.. nessuna voce a parlare per loro nel buio, nessuno alzarsi a proteggerli, nessun giornale o avvocato coi controcazzi, nessuna interpellanza parlamentare. E ancora più della violenza, che ti acquatta piegata tra la merda, il sangue e il vomito è sapere che non c’è nessuno a cui potrai chiamare. Che nessuno verrà a difenderti. Sentirti sola nel mondo. Specie se è da lontano che vieni, e ti senti già reproba di tuo, estranea, lontana, vista con la diffidenza riservata a chi “non è come noi”. Ci vuole grande forza interiore per sopravvivere. Per rialzarsi. Per sentire che non sei sola, anche se per tutti sei una cacca.. che comunque non sei sola, e non sei solo. Ma prima notti sveglio, angherie, vessazioni, risate e sputi in faccia.
Questa storia è “una” storia. E’ sempre anche “una” storia. Non serve solo a parlare di tanti, ma anche di questa “concreta” persona, di questo Volto che abbiamo di volta in volta davanti. Questo Volto unico e irripetibile, che ci costituisce, come noi costituiamo lui. Ogni storia, ogni essere che si tende a noi ha un valore intrinseco, a prescindere.  E poi viene l’exemplum. Ossia, questa storia ne simboleggia migliaia e migliaia. C’è un sottobosco, un underground, dove intere categorie di persone vengono trattate così. Come avviene nei canini-lager. Sbandati, prostitute, immigrati tossici sono carne da macello. Presi in massa in ripulisti all’ingrosso. Messi l’uno contro l’altro con testimonianze estorte. Riempiti di botte e minacce. Parcheggiati in celle, e tollerati da avvocati mediocri e distratti, che si limitano a invitare a chiudere gli occhi e a chinare le brache.

C’è un passaggio che quando l’ho letto mi si è stretto l’intestino dall’indignazione e dalla rabbia:

“Ho iniziato a gridare presa dalla disperazione e dalla rabbia, ero innocente quella volta. Gli agenti sono entrati e hanno iniziato a trattarmi come un cane che li infastidiva abbaiando. Mi hanno picchiata, insultata, buttato addosso secchiate di acqua fredda e se io reagivo era peggio. Dopo il pestaggio mi sono sdraiata su un materasso che era per terra in un angolo, la visione che avevo da lì era disperante; la stanza era tutta sporca di vomito, di sangue e di acqua, una cosa allucinante che non avevo visto nemmeno nelle prigioni del mio paese, il Marocco.”

E queste cose ripeto non sono eccezionali. Accadono, in quei canali ombrosi dove nessuno, o pochi , pongono lo sguardo.
Ed emblematiche sono le parole dell’avvocato, quando lei le racconta di pestaggi e umiliazioni. In sostanza le dice “lascia perdere, fa finta di nulla, metti i paraocchi.. tu non sei nessuno.. si vendicherebbero sicuramente dopo, ti troverebbero, ti metterebbero una dose in tasca.. e saresti finita, anche perché straniera e recidiva…”
E in quel momento ho pensato. Quante persone, quante vite randagie, vengono “incastrate” in questo modo? Con testimonianze estorte e dosi di droga “messe in tasca”?

Qui non si tratta di una ergastolana. Ma certe storie hanno un tale valore che ESIGONO di andare anche oltre gli stessi limiti del blog.
—————————————————————————————-
Fatima Samira Ouasil [carcere di Empoli] 

 Un’umanità da cani con disperazione da clandestini. Il mondo, le nazioni, le città, i paesi sono popolati da miliardi di persone che, pur con differenze somatiche, etiche e religiose sono tutte uguali, sono tutte umanità formate da uomini e donne. Non sempre però questo è vero. Le strutture sociali e il potere influenzano il rapporto tra le persone, fanno sì che qualcuno abbia più diritti e più degli altri. Questo divario di diritti e di potere permette ad alcuni di rendere chi è senza potere e diritti più simile alle bestie che al genere umano. In carcere e quando hai a che fare con le polizie questo è lampante. Noi condannati non siamo uomini e donne alla pari con gli agenti di polizia. Teoricamente lo dovremmo essere, dovremmo essere tutti uomini e rispettare gli altri “come noi stessi”. Dovrebbe esserci solo una differenza di funzioni e di lavoro, alcuni che devono far rispettare la legge e altri che la infrangono, ma ognuno dovrebbe rispettare i Diritti Universali dell’Uomo. A riprova dell’esistenza di questo non rispetto per l’umanità di alcuni agenti voglio raccontarvi un episodio di cui sono stata protagonista. A Genova nel 1995, con quattro amici italiani, eravamo in giro per la città a cercare una dose, eravamo in calo e quindi disperati. Siamo stati fermati per un controllo e non ci hanno trovato niente, ma dato che io avevo precedenti per spaccio, gli agenti hanno pensato bene di riportarci in questura e di “lavorarci” per metterci uno contro l’altro. I miei amici tutti incensurati, sono stati costretti, dopo essere stati minacciati di denuncia, di galera, eccetera, a firmare una dichiarazione falsa contro d me. Questa dichiarazione affermava che io avevo venduto droga ai miei amici e questo non era vero, lo sapevo io, i miei amici e la polizia, sapevamo che quel giorno eravamo tutti insieme alla ricerca di una dose perché anche io ne ero sprovvista. Una volta che i miei amici hanno firmato sono stati subito rilasciati ed è iniziato il calvario per me. Per uscire dovevano passare di fronte alla cella dove mi avevano rinchiuso e mi hanno guardato con uno sguardo disperato. Uno di loro mi ha anche sussurrato, quasi piangendo:”Mi dispiace”. Questo significava che mi avevano sacrificato per salvarsi. Ho iniziato a gridare presa dalla disperazione e dalla rabbia, ero innocente quella volta. Gli agenti sono entrati e hanno iniziato a trattarmi come un cane che li infastidiva abbaiando. Mi hanno picchiata, insultata, buttato addosso secchiate di acqua fredda e se io reagivo era peggio. Dopo il pestaggio mi sono sdraiata su un materasso che era per terra in un angolo, la visione che avevo da lì era disperante; la stanza era tutta sporca di vomito, di sangue e di acqua, una cosa allucinante che non avevo visto nemmeno nelle prigioni del mio paese, il Marocco. Mi sono sentita disperata, ferita dentro, di essere trattata come un cane, senza diritti, e mi è crollato il mondo addosso. Pensavo che l’Italia fosse un paese evoluto, migliore del mio, invece mi trovavo in una realtà italiana che non credevo esistesse, e che non esisteva, fino a quel momento, neanche nei miei peggiori incubi. Ero peggio di un cane bastonato messo alla catena. Non avevo più diritti, ero stata messa in galera estorcendo dichiarazioni false, ero tutta gonfia per le botte, mi trovavo in un posto che sembrava un mattatoio e io ero l’animale da ammazzare. E’ stato il momento più brutto della mia vita, ma non era finito qui. Quando mi hanno portato in carcere ero sempre agitata, stavo male, non ero più una donna ma un animale senza diritti e mi sono buttata per terra a vomitare. Gli agenti di polizia penitenziaria senza tenere conto di come stavo, cercarono di farmi alzare per svolgere le pratiche per farmi entrare in carcere. Uno disse, me lo ricordo bene-Collega, non c’è la faccio più con questa tossica di merda. Vengono da altri paesi a rompere i coglioni a noi!- Allora mi sono girata e gli ho sputato in faccia con tutta la rabbia che avevo in corpo. Anch’io in quel momento non riuscivo a rispettare quell’agente come un uomo, lo vedevo solo come un aguzzino razzista e non avevo più rispetto per nessuno al mondo. Gliene ho dette di tutti i colori. Dentro di me pensavo: “se devo fare la galera che sia per un motivo vero. Almeno mi sfogo”. Mi hanno subito denunciato e quel gesto mi è costato un mese di isolamento e sei mesi di galera in più. Successivamente ho chiamato l’avvocato perché speravo di vedere rispettati i miei diritti, ma niente. L’avvocato mi ha consigliato di far finta di niente, di mettermi delle patate sugli occhi. Mi ha detto:”sei straniera, clandestina, fuori regola. Non ti conviene denunciare gli agenti perché potrebbero vendicarsi. Una volta fuori ti potrebbero beccare e metterti un chilogrammo di droga in tasca. Ti farebbero stare dentro per il resto dei tuoi giorni”. Io ho seguito il suo consiglio. Sono stata zitta, mi sono tappata la bocca ma da allora non ho più parole. So di non avere più diritti. Ringrazio solo Dio di aver trovato la Casa Attenuata Femminile di Empoli dove c’è il diritto e il rispetto che lentamente mi guariscono le ferite interiori che in quell’occasione mi si sono aperte. Spero che anche in tutte le altre carceri e questure d’Italia si instaurino i rapporti che ci sono qui, in cui ognuno fa il proprio lavoro rispettando gli altri come uomini e donne. Al di là del lavoro che facciamo siamo tutte persone e abbiamo sentimenti simili, problemi simili, difficoltà a vivere simili; l’unica cosa che ci distingue è il vestito.

Fatima Samira Ouasil